Vivere più a lungo non basta: il 1° ottobre l’Italia più anziana d’Europa ripensa città, cure e diritti
Vivere più a lungo non basta: il 1° ottobre l’Italia più anziana d’Europa ripensa città, cure e diritti di Carmelina Rotundo Auro Vivere più a lungo è una conquista. Ma una società che invecchia non può limitarsi a contare gli anni guadagnati: deve chiedersi come renderli anni di autonomia, relazioni, sicurezza, partecipazione e dignità. È questo il cuore della Giornata internazionale delle persone anziane, che le Nazioni Unite celebrano ogni 1° ottobre. Nel 2026 il tema scelto è “The Age of Longevity: Rethinking Systems for Longer Lives”, cioè “L’età della longevità: ripensare i sistemi per vite più lunghe”. Il messaggio è semplice e insieme impegnativo: la longevità non riguarda soltanto la sanità. Coinvolge il modo in cui progettiamo le città, organizziamo il lavoro, costruiamo le case, garantiamo mobilità, assistenza, pensioni, apprendimento permanente e accesso alle tecnologie. L’ITALIA È GIÀ DENTRO QUESTO FUTURO I dati Istat mostrano che il cambiamento non appartiene a un futuro lontano. Al 1° gennaio 2026 in Italia le persone con almeno 65 anni sono stimate in 14 milioni e 821 mila, pari al 25,1% della popolazione residente. Sono oltre 240 mila in più rispetto all’anno precedente. Gli ultraottantacinquenni raggiungono 2 milioni e 511 mila persone, mentre gli ultracentenari sono circa 24.700. Per il peso della popolazione con almeno 65 anni, l’Italia risulta il Paese più anziano dell’Unione europea. Questi numeri non raccontano soltanto un problema demografico. Descrivono una trasformazione della vita quotidiana. Significano più persone che vivono a lungo dopo il pensionamento, più famiglie che attraversano contemporaneamente diverse generazioni, più bisogno di servizi flessibili, ma anche un patrimonio enorme di esperienza, tempo, competenze e relazioni che rischiamo di sprecare se continuiamo a immaginare la vecchiaia come una fase esclusivamente passiva. NON SOLO ASSISTENZA Quando si parla di invecchiamento, il discorso pubblico si concentra spesso sulla fragilità. È comprensibile: con l’aumentare dell’età crescono alcune esigenze sanitarie e assistenziali. Ma ridurre una persona anziana ai suoi bisogni di cura significa descriverne soltanto una parte. Una persona può avere settantacinque o ottant’anni e continuare a lavorare, fare volontariato, studiare, viaggiare, occuparsi dei nipoti, partecipare alla vita del quartiere, creare, insegnare, usare strumenti digitali o imparare a farlo. Il punto non è negare le difficoltà che possono arrivare con l’età. È evitare che l’età diventi automaticamente sinonimo di incapacità. LE CITTÀ DEVONO CAMBIARE Una società longeva ha bisogno di spazi pubblici pensati per corpi, ritmi e necessità differenti. Una panchina collocata nel posto giusto può fare la differenza per chi percorre una strada a piedi. Un marciapiede senza ostacoli aiuta una persona anziana, ma anche chi usa una sedia a rotelle, chi accompagna un bambino nel passeggino o chi si muove temporaneamente con difficoltà. Trasporti pubblici accessibili, attraversamenti sicuri, ombra, illuminazione, bagni pubblici, ascensori, servizi di prossimità e aree verdi non sono dettagli urbanistici: diventano strumenti di autonomia. Una città amica delle persone anziane finisce quasi sempre per essere una città più comoda per tutti. IL DIGITALE NON PUÒ DIVENTARE UNA PORTA CHIUSA Sempre più servizi pubblici e privati passano attraverso smartphone, app, identità digitali e procedure online. Questo processo può semplificare moltissimo la vita, ma soltanto se non elimina ogni alternativa. Chi non possiede competenze digitali avanzate non dovrebbe perdere la possibilità di prenotare una visita, ricevere informazioni, pagare un servizio o comunicare con un ufficio. La risposta non è fermare l’innovazione. È accompagnarla. Servono strumenti semplici, formazione, sportelli di supporto e interfacce realmente accessibili. E serve anche la possibilità, quando necessario, di parlare con una persona. L’apprendimento non ha una data di scadenza. IMPARARE PER TUTTA LA VITA Tra i temi richiamati dalle Nazioni Unite per affrontare la longevità c’è anche l’apprendimento permanente. L’idea che si studi da giovani e poi si utilizzi per sempre ciò che si è imparato appartiene sempre meno al mondo contemporaneo. Tecnologie, lavoro e servizi cambiano continuamente. Per questo la formazione in età adulta e anziana non dovrebbe essere considerata un passatempo marginale. Può diventare uno strumento concreto di autonomia: imparare a utilizzare una nuova applicazione, riconoscere una truffa online, conoscere meglio una lingua, avvicinarsi alla fotografia digitale, alla storia, alla musica o semplicemente scoprire qualcosa che non si era mai avuto tempo di approfondire. La curiosità non appartiene a una fascia anagrafica. IL LAVORO E LA PENSIONE La maggiore longevità solleva anche interrogativi sul rapporto tra età e lavoro. Non tutte le professioni sono uguali. Ci sono lavori fisicamente usuranti e attività che possono invece proseguire più a lungo, magari in forme diverse. La sfida è evitare due estremi: obbligare tutti a lavorare più a lungo senza considerare condizioni personali e professionali, oppure considerare automaticamente “fuori gioco” chi raggiunge una certa età. Servono percorsi più flessibili, possibilità di ridurre gradualmente l’orario, forme di tutoraggio intergenerazionale e occasioni per trasferire competenze. L’esperienza non sostituisce l’innovazione. Ma può dialogare con essa. SALUTE SIGNIFICA ANCHE PREVENZIONE E RELAZIONI La longevità pone naturalmente nuove domande ai sistemi sanitari. Più persone vivono abbastanza a lungo da convivere per anni con condizioni croniche che richiedono monitoraggio e assistenza. Diventa quindi sempre più importante spostare una parte dell’attenzione dalla sola cura dell’emergenza alla prevenzione, alla medicina territoriale, alla riabilitazione e al sostegno domiciliare. Ma la salute non è soltanto una questione clinica. Solitudine, isolamento sociale e difficoltà economiche possono incidere profondamente sulla qualità della vita. Biblioteche, associazioni, centri culturali, università della terza età, volontariato, attività sportive e reti di quartiere possono diventare parte di una politica della longevità tanto quanto ambulatori e farmacie. NON ESISTE “L’ANZIANO” Parlare di “anziani” come se fossero una categoria uniforme è forse uno degli errori più comuni. Tra una persona di 65 anni e una di 95 possono esserci trent’anni di differenza: quasi un’intera generazione. Cambiano salute, interessi, reddito, relazioni, competenze, bisogni e desideri. Cambiano anche le biografie. C’è chi vive solo, chi in coppia, chi in famiglia, chi appartiene a comunità migranti, chi ha una disabilità, chi continua a lavorare, chi assiste un’altra persona. Le politiche efficaci devono quindi partire dalle persone reali, non da un’immagine astratta della vecchiaia. IL VALORE DELLE GENERAZIONI INSIEME La longevità viene talvolta raccontata come un conflitto tra generazioni: più pensioni contro più opportunità per i giovani, più assistenza contro più investimenti nell’infanzia. È una rappresentazione troppo semplice. Le generazioni dipendono continuamente l’una dall’altra. Molti nonni aiutano figli e nipoti. Molti giovani assistono genitori e nonni. Competenze digitali e competenze professionali si scambiano nelle due direzioni. Costruire politiche intergenerazionali significa riconoscere queste relazioni e rafforzarle. Una società longeva non dovrebbe dividere le persone per età. Dovrebbe aumentare le occasioni in cui età diverse possono incontrarsi. VIVERE PIÙ A LUNGO, VIVERE MEGLIO Nel messaggio per la Giornata internazionale delle persone anziane 2026, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha richiamato la necessità di ripensare occupazione, pensioni, casa, sanità e apprendimento permanente affinché le persone possano continuare a partecipare alla società indipendentemente dall’età. È questo, forse, il punto più importante. La longevità non è soltanto una statistica. È una domanda politica, sociale, urbana e culturale: che cosa vogliamo fare degli anni che abbiamo conquistato? Possiamo considerarli un costo da amministrare. Oppure possiamo progettare una società nella quale vivere più a lungo significhi avere più tempo per scegliere, contribuire, imparare, creare relazioni e restare parte della comunità. Il 1° ottobre serve anche a ricordarci questo. Non basta aggiungere anni alla vita. Bisogna continuare ad aggiungere vita agli anni. Carmelina Rotundo Auro Nota di trasparenza — Testi e immagini di TranItalia News possono essere realizzati, in tutto o in parte, con strumenti di intelligenza artificiale. Pur sottoponendo i contenuti a controlli, possono restare errori o inesattezze; le immagini possono essere illustrative o ricostruite e non rappresentare fedelmente luoghi o situazioni reali. Invitiamo quindi a verificare le informazioni anche attraverso fonti autonome e ufficiali. TranItalia News è un progetto editoriale sperimentale, non professionale e non commerciale, promosso da Orizzonte Comune. Contenuto realizzato per TranItalia News — Orizzonte Comune.