Il lavoro cambia due volte: a Bruxelles la sfida delle competenze per la transizione digitale e verde
Il lavoro cambia due volte: a Bruxelles la sfida delle competenze per la transizione digitale e verde
di Nadidja
La trasformazione del lavoro europeo non sta avvenendo lungo una sola direzione. Da una parte cresce il peso delle tecnologie digitali, dell’intelligenza artificiale, dei dati e dell’automazione; dall’altra, imprese e istituzioni devono ridurre consumi, sprechi ed emissioni, ripensando processi produttivi, edifici, mobilità ed energia. Il risultato è una doppia transizione che richiede competenze nuove, ma soprattutto la capacità di aggiornare quelle già possedute.
È questo il terreno su cui si concentra oggi, 30 settembre 2026, la European Digital Sustainability Skills Conference di Bruxelles, dedicata proprio all’incontro tra competenze digitali e sostenibilità. La giornata riunisce rappresentanti delle istituzioni, imprese, mondo della formazione, ricerca ed esperti di politiche per il lavoro, con attenzione a temi come aggiornamento professionale, riqualificazione, intelligenza artificiale, piccole e medie imprese, micro-credenziali e certificazioni.
Non è una discussione astratta. La velocità con cui cambiano strumenti, procedure e obiettivi ambientali sta rendendo sempre meno realistica l’idea che una formazione acquisita a vent’anni possa accompagnare una persona senza grandi aggiornamenti per tutta la vita lavorativa.
DAL “SAPER USARE IL COMPUTER” AL SAPER CAMBIARE PROCESSO
Per molti anni, parlare di competenze digitali significava soprattutto saper utilizzare programmi, dispositivi e servizi online. Oggi non basta più.
Un tecnico che lavora su un edificio efficiente deve poter leggere dati energetici. Un artigiano può trovarsi a gestire strumenti di progettazione digitale o manutenzione predittiva. Una piccola impresa può dover monitorare consumi, tracciabilità e materiali attraverso software che pochi anni fa erano riservati a realtà molto più grandi.
Allo stesso tempo, chi possiede competenze informatiche deve comprendere sempre meglio l’impatto fisico delle tecnologie: consumo di energia, durata dei dispositivi, riparabilità, gestione dei rifiuti elettronici, uso efficiente delle risorse.
La competenza, quindi, non è soltanto tecnica. È sempre più la capacità di collegare mondi che fino a poco tempo fa venivano insegnati separatamente.
IA: NON SOLO SOSTITUZIONE, MA RIDEFINIZIONE DELLE MANSIONI
L’intelligenza artificiale è spesso raccontata attraverso una domanda estrema: “quanti lavori spariranno?”. È una domanda importante, ma incompleta.
Molto più frequentemente, almeno nel breve periodo, l’IA modifica singole attività dentro professioni che continuano a esistere. Alcuni compiti possono diventare più rapidi, altri richiedere maggiore controllo, altri ancora spostarsi verso verifica, interpretazione e relazione con le persone.
Questo rende decisiva la formazione continua. Se una tecnologia cambia una parte del lavoro, la risposta non può essere semplicemente chiedere alle persone di adattarsi da sole. Servono percorsi accessibili, tempi dedicati e strumenti che consentano anche a chi lavora già da molti anni di acquisire nuove competenze senza essere escluso.
UPSKILLING E RESKILLING: DUE PAROLE CHE RIGUARDANO PERSONE REALI
Nel linguaggio europeo ricorrono due termini: upskilling e reskilling.
Il primo indica l’aggiornamento e l’ampliamento delle competenze già possedute. Il secondo riguarda invece l’acquisizione di competenze sufficientemente diverse da permettere un cambiamento di mansione o di settore.
Dietro queste parole, però, ci sono esperienze molto concrete: una lavoratrice amministrativa che impara a utilizzare strumenti di analisi basati sull’IA; un manutentore che passa da impianti tradizionali a sistemi intelligenti; una persona di cinquant’anni che deve rientrare nel mercato del lavoro dopo una lunga esperienza in un settore in trasformazione.
La qualità della transizione si misura anche da qui: non soltanto dalla rapidità con cui arrivano nuove tecnologie, ma da quante persone vengono messe nelle condizioni di usarle.
LE PICCOLE IMPRESE NON POSSONO RESTARE AI MARGINI
La sfida è particolarmente delicata per le piccole e medie imprese. Una grande azienda può avere dipartimenti dedicati alla formazione, alla sostenibilità e alla trasformazione digitale. Una piccola attività, spesso, deve affrontare gli stessi cambiamenti con personale ridotto e risorse più limitate.
Per questo le politiche sulle competenze funzionano soltanto se sono semplici da utilizzare anche fuori dai grandi centri industriali e dalle grandi imprese.
Corsi brevi, formazione modulare, strumenti condivisi, incentivi realmente accessibili e certificazioni comprensibili possono rendere la transizione meno onerosa. Se invece la formazione diventa un labirinto burocratico, rischia di essere utilizzata soprattutto da chi dispone già delle risorse necessarie.
MICRO-CREDENZIALI: FORMAZIONE PIÙ FLESSIBILE, MA DA CAPIRE
Tra gli strumenti discussi negli ultimi anni ci sono anche le micro-credenziali: attestazioni relative a percorsi formativi più brevi e mirati rispetto a un titolo di studio tradizionale.
Possono essere utili proprio in un mercato del lavoro che cambia rapidamente. Una persona può avere bisogno di imparare una competenza specifica senza ricominciare un intero percorso scolastico o universitario.
Ma la flessibilità deve andare insieme alla chiarezza. Chi studia e chi assume deve poter capire che cosa certifica davvero un percorso, quale competenza è stata valutata e secondo quali criteri.
Una collezione di attestati dal significato poco leggibile non rende automaticamente una persona più preparata.
IL RISCHIO DI UNA NUOVA DISUGUAGLIANZA
Ogni trasformazione tecnologica può creare nuove opportunità, ma anche nuove distanze.
Chi possiede già una buona istruzione, tempo, connessione, dispositivi e familiarità con la formazione online parte avvantaggiato. Chi ha difficoltà economiche, bassi livelli di alfabetizzazione digitale, responsabilità di cura o vive lontano dai principali centri formativi può trovarsi invece in posizione molto più fragile.
Per questo l’accessibilità deve essere considerata parte integrante delle politiche per le competenze.
Significa progettare percorsi utilizzabili anche da persone con disabilità, offrire alternative alla formazione esclusivamente online, riconoscere le esigenze di chi lavora e garantire che l’età non diventi una barriera implicita.
IMPARARE A RIPARARE È ANCHE UNA COMPETENZA DIGITALE E VERDE
La doppia transizione diventa particolarmente interessante quando tecnologia e sostenibilità smettono di essere due slogan separati.
Saper diagnosticare un guasto elettronico e prolungare la vita di un dispositivo, ad esempio, è contemporaneamente una competenza tecnica e ambientale. Lo stesso vale per la gestione intelligente dell’energia, il monitoraggio dei consumi, l’uso di sensori per ridurre sprechi o l’ottimizzazione dei processi produttivi.
In molti casi, essere più digitali può aiutare a essere più efficienti. Ma non automaticamente: serve sapere per quale obiettivo viene utilizzata la tecnologia.
UNA TRANSIZIONE CHE NON DOVREBBE LASCIARE INDIETRO CHI HA GIÀ LAVORATO PER DECENNI
Forse la parte più importante della discussione europea sulle competenze riguarda proprio chi non viene spontaneo immaginare dentro un laboratorio di innovazione: le persone adulte e mature.
Il cambiamento non può essere costruito soltanto sui giovani che entreranno domani nel mercato del lavoro. Milioni di persone lavoreranno ancora per anni o decenni in professioni che stanno cambiando adesso.
Formarle non significa considerare obsolete le loro esperienze. Al contrario, significa aggiungere strumenti nuovi a competenze costruite in anni di pratica.
Un tecnico esperto che impara a usare un sistema digitale non riparte da zero. Porta con sé qualcosa che il software non possiede: conoscenza del contesto, esperienza degli errori, capacità di riconoscere situazioni anomale.
IL FUTURO DEL LAVORO È ANCHE IL FUTURO DELL’APPRENDIMENTO
La conferenza di Bruxelles ricorda dunque una cosa semplice: se il lavoro cambia continuamente, anche il modo in cui impariamo deve cambiare.
La scuola e l’università restano fondamentali, ma non possono essere gli unici luoghi della formazione. Imprese, associazioni professionali, enti pubblici, piattaforme educative e comunità locali dovranno probabilmente convivere in un sistema molto più aperto e permanente.
E il successo della doppia transizione digitale e verde non si misurerà soltanto in brevetti, algoritmi, pannelli solari o nuovi impianti. Si misurerà anche nella capacità di permettere alle persone di comprenderli, utilizzarli, ripararli, migliorarli e, quando necessario, metterne in discussione l’uso.
Perché una tecnologia sostenibile serve davvero soltanto quando qualcuno sa usarla bene.
Nadidja
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